CHE COS’ HANNO IN COMUNE LE PRUGNE E LA MARCUZZI?

Anche se per mangiarle siamo in ritardo, a parlar di prugne (o susine), si fa sempre in tempo. Tra le nostre peregrinazioni estive in quel della romagna, infatti, non poteva mancare la raccolta delle prugne. Gialle, rosse o nere, la storia è sempre la stessa, cambia solo il sapore e il periodo di raccolta.
Frutti portentosi capaci di mettere in ombra persino la Marcuzzi e il suo amato Bidifus, ma che, proprio come la Marcuzzi, subiscono la pressione della bellezza senza tempo e della taglia perfetta. Povera Alessia, povere susine, accomunate da un triste destino! Peccato che una lo faccia per guadagnare cifre da capogiro allietandoci con il suo sorriso a dieci mila denti e le sue gambe chilometriche davanti alla tv, le altre per sfamarci e finire lì dove il bifidus vede il suo compimento…

Il fatto è questo: dal momento che la grande distribuzione pretende di avere prugne tutte della stessa dimensione – né troppo grandi, né troppo piccole – e perfette in superficie, senza alcun segno o imperfezione sulla buccia, il momento della raccolta, per gli agricoltori, è diventato più spietato delle selezioni di Miss Italia.


Tutto si gioca su due colori:
cassetta VERDE > Per te, Miss Italia, CONTINUA – cassetta ROSSA > Per te, Miss Italia, FINISCE.
Nella prima fase, ogni raccoglitore controlla uno per uno le prugne che stacca dall’albero per controllare la presenza di segni o difetti sulla buccia, roba che manco un metal detector di Malpensa sarebbe così preciso. La regola è semplice: segno > cassetta rossa, nessun segno > calibratura. A questo punto, gli stessi raccoglitori di prima, in modalità Anna Wintour, tirano fuori l’arma letale: un calibro della misura perfetta (la taglia 40 del mondo delle prugne) con la quale misurano ogni frutto raccolto. Inutile dirlo: più piccolo > cassetta rossa, più grande > cassetta verde.

Il risultato? Al supermercato prugne perfette e bellissime (il sapore poco importa, tanto non si vede!) nei campi invece un mare di prugne a marcire, sulle quali ovviamente i produttori non prendono un centesimo. La questione, già di per sé assurda, diventa davvero seria quando si scopre che le proporzioni di questo scarto vanno da un minimo fisiologico del 20% di produzione con una stagione buona, fino al 70% con una stagione climaticamente difficile (grandine, vento, siccità, pioggia intense).

Voi direte: ma perché non le possono vendere all’industria per fare succhi o puree? Il motivo è semplice, e si risolve con un’altra domanda: avete mai chiesto al bar un succo di prugna? Oppure: che faccia farebbe il vostro pargolo se gli proponeste succo di prugna? Ecco appunto.

Le prugne non sono richieste per la produzione di succhi, sia per una questione di gusti e abitudini del mercato, sia per la loro conformazione (troppo acquose e poco zuccherine).
Le uniche che si salvano sono le prugne Stanley (quelle viola di forma ovale, per intenderci) adatte all’ essiccazione.
L’ultimissima spiaggia rimangono quindi le distillerie, a cui non interessa né estetica, né consistenza e prendono tutto senza troppe storie, anche il marcio. Qui però il problema è un altro: il compenso riconosciuto ai produttori è talmente basso da non coprire nemmeno i costi di raccolta, quindi ha senso solo se si hanno tonnellate di scarto.
Inutile dire che per noi di Bella Dentro questa situazione non ha nessun senso, specie considerando che i “difetti” che di cui si parla, non influiscono in alcun modo sul sapore e sulla qualità della frutta.
E se tra voi ci fosse qualche teorico del complotto o peggio, fan di Voyager, sappiate che un recente studio della NASA ha portato ad una scoperta rivoluzionaria: i difetti sulla buccia non sono causati da scie chimiche, alieni, polveri sottili o dal divorzio di Bred e Angelina…bensì da un’ entità misteriosa e imprevedibile chiamata…NATURA!! Vedere per credere: